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Una volta il consenso era una cosa seria. Dovevi conquistartelo. Sudartelo. Aspettarlo.
Era il cenno del capo di tuo padre o di tua madre dopo l'esame di coscienza. Era il sì della persona che amavi, pronunciato a bassa voce in un momento in cui avrebbe potuto dire no. Era l'applauso dopo un concerto, una performance, un discorso, quello vero, quello che scoppia dopo un attimo di silenzio carico di trattenuto.
Il consenso aveva un peso. Arrivava dopo. Arrivava se lo meritavi. E a volte non arrivava affatto, e tu ci facevi i conti, e crescevi.
Oggi no.
Oggi il consenso è diventato una merce. Si compra. Si vende. Si scambia. Si misura in numerini che compaiono sotto a un post, in cuoricini che scattano come ricevute fiscali, in condivisioni che sembrano affetto ma sono solo transazioni. È il like che metti al volo mentre sei in bagno, senza nemmeno aver letto. È il follower che ti segue sperando che tu ricambi. È il commento generico sotto la foto di uno sconosciuto: "Bella!". Non sa nemmeno cosa sia bella, ma glielo dice. Così, per stare nel giro. Per tenere acceso il motore.
Il consenso è diventato una valuta. E come tutte le valute, si è svalutato.
Ci siamo convinti che più like significasse più valore. Più approvazione, più stima. Più stima, più amore. E invece no. Invece abbiamo solo gonfiato una bolla, come quelle delle criptovalute. Abbiamo creato un mercato dove tutti applaudono tutti, e alla fine nessuno ascolta più nessuno.
È il consenso senza silenzio. Senza attesa. Senza merito.
Io lo vedo ogni giorno. Lo vedo quando pubblico qualcosa e controllo il telefono dieci minuti dopo. Lo faccio anch'io, eh. Non sono immune. Ci casco, ci ricasco, mi vergogno un po' e poi lo rifaccio. Perché il like è una droga leggera, legale, socialmente accettata. Ti dà una botta di dopamina e via, avanti col prossimo post.
Ma il problema vero non è il like in sé. È cosa fa il like alla nostra testa. Alla nostra onestà. Il like ci addestra a piacere. A dire le cose che piacciono. A smussare gli angoli, a lisciare il pelo, a non dire più quello che pensiamo se quello che pensiamo potrebbe costarci un follower. Diventiamo prodotti. Ci posizioniamo sul mercato. Studiamo il target. Scegliamo il packaging. E senza accorgercene, smettiamo di essere persone e diventiamo profili.
Il consenso oggi non si conquista. Si ottimizza.
Ed è diverso. È diverso perché il consenso vero ha bisogno di attrito. Di qualcuno che ti dica di no, almeno ogni tanto. Di un silenzio che ti faccia riflettere. Di un dissenso che ti costringa a spiegarti meglio, o a cambiare idea, o a tenertela stretta perché è tua e basta.
Il consenso finto, invece, ti accarezza e ti svuota. Ti dice che vai bene così, come vuoi tu, sempre. E tu ci credi.
E smetti di crescere.
Forse dovremmo tornare a diffidare dei consensi facili. Degli applausi che arrivano prima che abbiamo finito di parlare. Delle approvazioni che non costano niente a chi le dà e non valgono niente per chi le riceve.
Forse dovremmo avere il coraggio di dire: questo non mi piace. Questo non lo condivido. Questo non lo penso.
E di restare lì, in silenzio, ad aspettare che arrivi un consenso più lento. Più difficile. Più vero.
E se non arriva, pazienza.
Il consenso non è un diritto. Non è un obbligo. Non è una merce.
È un regalo. E i regali, se non sono gratis, non sono regali.
Buona domenica.